Shellac + EELS – Oh no another review!

Come dice qualcuno in Almost Famous se ti senti solo puoi andare a trovare i tuoi amici al negozio di dischi o qualcosa del genere. Forse la frase che meglio si addice a questo periodo e’ “I’m always home. I’m uncool”. Non uncool come significato di cool, ma proprio di uncool cioè l’opposto della vittoria morale. Non è stato liberante come pensavo entrare in un negozio di dischi dopo un po’ di tempo e del resto non conoscevo neanche il proprietario. La conoscenza anche minima per iniziare una discussione e’ essenziale per generare quella sensazione del sentirsi a casa propria del negozio / vendita al dettaglio. Mio padre aveva un negozio e ho sempre ammirato l’idea di aiutare istantaneamente la gente a risolvere un piccolo problema. In questo senso la persona che più ammiravo era il tecnico che riparava i televisori nel retro, che con un po’ di magia rendeva il cinescopio desolatamente guasto ancora capace di emettere le immagini della tv di stato. Io sto cercando di vendere il mio televisore.

Ho comprato due album: shellac- excellent italian greyhound e eels – the cautionary tales of mark oliver everett. Quello degli shellac era un acquisto a vuoto ma un po’ sapevo cosa avrei trovato. Quella degli eels invece era invece un territorio conosciuto. Gli shellac rappresentano un po’ la band che vorrei sotto il punto di vista dell’impostazione, fors meno dal punto di vista musicale ma comunque apprezzo la loro stranezza. Gli EELS invece rappresentano la possibilità di ascoltare una qualche storia. Mark Everett oggi mette in scena canzoni più autobiografiche e lo fa utilizzando schemi e suoni stra-classici (un po’ come l’ultimo disco di Beth Orton che vi consiglio per la sua disarmante semplicità). La forza degli EELS sta sempre nel risultare o essere veri. Voglio dire magari anche Mark Everett è un personaggio inventato o magari sta recitando la sua parte negli ultimi anni. Ma non posso crederlo ascoltando la sua voce rovinata quando dedica una canzone al padre.
Ha visto periodi migliori “artisticamente” Mark, con un intensità che non tornerà mai più. Ma la missione è già compiuta perchè la musica è riuscita a trascinarlo fino ad oggi. Chissà che cosa potranno vedere i suoi occhi da questo momento in poi.

And I know you’re out there somewhere
And I know that you are well
Looking for an answer
But only time can tell
Parallels

……

I can’t say if the flowers will keep on growing.
But I’ve got a good feeling ’bout where I’m going.

Questo disco non cambierà niente, ma calza bene come un paio di vecchie scarpe. Quelle che ti portano dappertutto e sei dispiaciuto quando le devi buttare. Se non ci si ferma ad analizzare quanto vecchie suonino certe canzoni, tutto diventerà piu’ semplice. E ci si potrebbe andare veramente dappertutto con questa semplicità.

Poi vado al suo concerto e li l’ennesima epifania di quello che un po’ gia’ sapevo. Questo piccolo e goffo uomo sale sul palco e appena comincia a cantare l’autorevolezza entra in scena senza bussare o chiedere permesso. E li’ davanti a me statuaria. E quelli che sento non sono suoni nuovi, o chissà quali ardite soluzioni metriche di 17/8. Neanche una dichiarazione politica, o sociale. Tutti gli spettri e i singoli istanti condensati in quei tre minuti dipinti dal maestro Everett e dal Chet, P-Boo, Upright Al e Knuckles (gli altri componenti degli EELS 2014).

Ci sono giusto delle luci dietro sul palco per l’effetto presepe. Canzoni che scorrono con poche parole nel mezzo e che quando vengono pronunciate rivelano anche una notevole simpatia e leggerezza. Alcuni temi delle canzoni sono peraltro seri quando poi si entra nel territorio dell’ultimo disco al 100% autobiografico (“la collezione di errori che questo idiota ha commesso nella sua vita.” – Mark Everett).

Poi ripenso al mercato discografico. A quanto mi risulti contorta l’idea di creare contest per far vincere dei contratti discografici a persone sulla base di capacità di intrattenimento pure (es. la capacità di cantare un brano di Alicia Keys “spaccando”). Ok diamogli pure 300.000 euro. Del resto per far emergere dei talenti qualche aiuto bisogna pur darlo. Non capisco perchè invece una persona abbia bisogno della casa discografica per affermarsi quando tutta la storia della musica sta a testimoniare che è nulla di significativo e stato mai prodotto in questo modo.

Non mi sembra che qualcuno abbia aiutato Mark in questo senso. Anzi sono stati i disastri iniziali ad aiutarlo. Invece di una possibilità e’ stata una privazione a dare il via alla sua carriera. E il miracolo non è avvenuto un giovedi’ sera ma nei lunghi anni dal 1985 ad oggi e 17 album dopo. Questo è una storia di una persona e non può essere così per tutti del resto.

Poi ripenso all’album degli Shellac che viene formulato e composto per contenere in fondo la dischiarazione “alternative” per eccellenza. Steve Albini (uno dei tre) quando parla di industria musicale e del fatto che oggi i manager delle case discografiche qualche anno fa commerciavano snack/caramelle/auto/frullatori/detersivi ecc. centra il bersaglio.

Ora la formula degli Shellac è l’essere alternativi. Dalla copertina, alla promozione, ai tour e alle struttura delle canzoni. Togliamo il ritornello usiamo i 5/4 + 11/8 (cosi che nessuno possa ballare sui nostri pezzi) e altre soluzioni già sentite piu’ o meno dal 1981. Libertà dall’industria, e libertà di organizzare il contenuto secondo la propria passione

“La cultura cosiddetta alternativa porto’ con se’ una nuova brutta realtà: non era in realtà alternativa a nulla. era in vendita come tutto il resto. non si ribellava a niente. Aveva le sembianze di un ribelle e faceva i movimenti e i suoni di un ribelle ma non lo era realmente. E non era neanche una forza invididuale” (Mark Everett)

Se siete in modalità “music nerd” vi potete leggere anche questo sempre di Steve Albini:

http://www.negativland.com/news/?page_id=17

Sono convinto che nessuno di questi due album possa cambiare il mondo. Pero’ la forma canzone così come l’abbiamo sempre conosciuta funziona meglio della pura libertà.  Forse perchè dietro si cela una storia?

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