The R’n’R Exhibition

«Il rock è un pezzo da museo. […] Ci sono gran- di gruppi rock, oggi: amo i White Stripes, amo i Raconteurs. Ma è un pezzo da museo. Quando entri nei club è come guardare History Channel. Non fanno che reinterpretare un sentimento vecchio. Si lasciano possedere dai fantasmi di quell’epoca: gli Who, il punk, i Sex Pistols e così via. I giochi sono fatti. La ribellione è finita» (Sufjan Stevens, http://www.sufjan.com)

Fare una mostra sul rock è un controsenso sulla carta. Si potrebbe fare una mostra su una canzone intera in certi casi. Ed anche il concetto didattico non c’entra molto con il momento dell’ascolto, quell’istante in cui avviene la magia della comunicazione. Perchè dover usare dei pannelli, delle foto e una guida in stile museo per dover spiegare a un piccolo gruppo di  persone qualcosa sul loro modo di ascoltare e di sentire la musica.

Mi ritengo veramente fortunato di poter conoscere questo gruppo di persone che senza nessun calcolo ragionevole si è buttata a capofitto nella realizzazione di una coraggiosa opera “Tre accordi e il desiderio di verità”. Tutti all’inseguimento di quel genio sregolato di John Waters giornalista irlandese dell’Irish Times, appassionato di musica ed amico personale di un gruppetto chiamato U2.

Una mostra divisa su 5 stanze, 5 contenitori per le diverse anime di questi 50 anni di storia: THE CRY; PIONEERS, FOLK, REBELS e NOW.

“I primi minuti di r’n’r che ho ascoltato sono stati Ride a White Swan dei T.Rex. Non sapevo che fosse r’n’r. Non sapevo nemmeno cosa fosse il r’n’r. Insieme, le parole ed i suoni parlavano di una realtà diversa e di una diversa consapevolezza. Era una consapevolezza che da qualche parte, nel profondo di me, era già presente, e aspettava di sentire il suo eco risuonare nel mondo. La riconoscevo, ma non sapevo dire cosa fosse quello che riconoscevo. Quando la canzone si fermò, ero lì con la consapevolezza di certe domande, ma per niente vicino alle risposte. Durante l’ascolto penso di aver visto di sfuggita una prospettiva di libertà, uno scatenare l’immaginazione da parte di un altro essere umano che aveva scoperto in sè stesso qualcosa che io, ascoltando la sua canzone, potevo ora riconoscere in me stesso” (introduzione alla mostra di John Waters).

La mostra verte su due punti fondamentali. Il primo è cercare di recuperare il nucleo fondamentale della musica rock, il cuore che dà vita a tutto il resto. Che sopravvive al “rumore” che circonda una canzone: l’immagine, il business, l’egocentrismo e l’esibizionismo dell’artista. Rumore che è tanto fuorviante quanto essenziale alla sopravvivenza del nucleo stesso. La seconda è la sfida a Papa Benedetto XVI (J.Ratzinger) che dichiarò prima di diventare Papa che nulla di buono poteva venire dal rock, che esso stimolava gli istinti piu’ bassi dell’uomo. La sfida è dimostrare che ci sono artisti che hanno ben altre intenzioni con le loro opere. Qualche nome: Dylan, Van Morrison, Coldplay, Mumford & Sons.

L’intento più nobile di questa mostra è il recupero dell’unità tra il sentimento di chi scrive una canzone con il suono stesso e l’esperienza che la circonda. Senza questo ha senso anche la piu’ bella costruzione sonora? Il rock è stato ed è solo un fenomeno di ribellione, per il gusto della novità. Se fosse solo una questione di novità sonora, di creare un nuovo stile?

John Waters all'inaugurazione della mostra con alcuni dei curatori (Davide Fanton Photography)

Questa mostra in sè è veramente un trampolino per una moltitudine di considerazioni. La prima che faccio è di mettere questa mostra di fianco al suo esatto opposto:

Sonic Youth – Sensational Fix. (http://www.youtube.com/watch?v=Ibw4hoPmh_I)

Una mostra dedicata ad un gruppo tanto fondamentale quanto dissonante e difficile in cui la musica diventa un pretesto per una estesa collezione di foto, l’esposizione di oggetti, memorabilia, video, copertine. Potrebbe essere una mostra sul design contemporaneo e non si avvertirebbe la differenza. Il rock diventa un museo, finisce la ribellione…

La canzone e la copertina diventano una moda, e come la moda un gruppo ricicla vecchie canzoni spacciandole per attuali e cool. Non a caso i Sonic Youth sono uno dei gruppi che ha inaugurato la stagione dei concerti commemorativi (eseguendo la stessa scaletta di un vecchio tour o un loro classic album, lo splendido “Daydream nation” del 1988).

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  1. Pingback: Andrej | Desperation Mixtape

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