Any Other – Silently. Quietly. Going Away (2015)

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“Le persone tristi sono le sole autentiche. Possono dirti la verità sulle cose; sanno da sempre che non ci si può fidare di nessuno e che nessun cambiamento nella tua vita, per quanto grande, alla fine ti impedirà di essere quella che eri all’inizio: persa e sola, seduta su una tela cerata a guardare gli altri che nuotano a farfalla.” (Anne Tyler, L’amore paziente)

Ogni canzone e’ un piccolo avvenimento. In quei tre-quattro minuti si entra misteriosamente in una zona privata. Dove nessuno puo’ entrare o ha il diritto di imporre divieti se non noi stessi. Alla fine c’e’ sempre un brusco ritorno alla realta’ che comunque va vissuta e affrontata.

Ma la canzone cosi’ immateriale e fragile riverbera ancora dentro la nostra anima spingendoci la’ nell’oltre verso il luogo dove dobbiamo cercare di andare. Se di rock stiamo parlando il tema rimane sempre quello. Il nostro desiderio trovera’ mai appagamento? Perche’ c’e’ la tristezza?

Adele Nigro cerca di mettere a tema questo desiderio. Almeno cosi’ mi sembra leggendo i testi delle canzoni. E questo mi sembra un primo passo decisivo. Poi lo fa “vestendo” le canzoni con un suono che in me trova una particolare corrispondenza.

Sarebbe ingiusto dare un riferimento temporale, o citare dei nomi. Per me che sono piu’ vecchio di Adele, Erica e Marco (gli Any Other) questo suono mi porta al periodo in cui la musica era qualcosa di libero eccitante e coinvolgente. Un periodo in cui questo suono ora catalogato, definito, trasformato in una moda era semplicemente un identita’ e un modo di fare.

Per chiusura mentale mia quando lessi il bellissimo Retromania di Simon Reynolds mi feci trascinare da un onda di negativita’ riguardo al fenomeno della citazione o del ritorno al passato. Perche’ non possiamo piu’ dire niente di nuovo? Mi devo sentire in colpa per il piacere che si collega alla parola “nostalgia”?

Ho capito che non mi interessa piu’ sentirmi in colpa. Non esiste ora un prima e un dopo ma un solo istante. Oggi nel 2016 e’ il tempo in cui ascolto il disco degli Any Other. Punto

Si e probabilmente questo gruppo non sarebbe stato lo stesso se Adele fosse nata negli anni ’70 e avesse avuto vent’anni nell’era dei Pavement & C. Chissa’…quando non c’era la rete era solo un amico a proporti nuovi ascolti o il negozio di dischi. E mi ricordo che allora era un caso (seppur) nella periferia di Milano trovare qualcuno con le tue stesse passioni.

Il negozio vicino a casa mia, l’unico che avevo a portata di mano era gestito da due signori completamente ignari dei prodotti che mettevano in vendita. Quello nel paese di fianco era specializzato in progressive rock. Non certo la musica che metteva a tema la realta’.

Tornando al disco degli Any Other, il secondo elemento che ne fa un disco interessante e’ la voglia e la capacita’ di raccontare delle storie. Quando si ha questa capacita’ tutto il resto diventa secondario. Si puo’ non essere perfetti e cool, ci si puo’ anche vestire male. E come un tuo buon amico, ha dei difetti, ti fa incazzare qualche volta, arriva in ritardo, ma alla fine gli vuoi bene.

Questo disco mi fa compagnia in un 2016 dove si fatica sempre di piu’ a trovare qualcosa che piaccia davvero.

30 Marzo 2016 – Magnolia Milano.

https://anyotherband.bandcamp.com/album/silently-quietly-going-away

Polly combina guai

Simon Reynolds (uno dei piu’ importanti critici britannici) mi ha scritto che il 2015 e’ stato un anno di poco interessante per la musica (gli chiedevo qualcosa di nuovo da ascoltare). Si Simon Reynolds, vi risponde se gli scrivete. Non se la tira come quei quattro buffoni che ci ritroviamo in Italia. Quello che accade oggi nella musica dice e’ “poco interessante”. Da inglese non si sbilancia come noi italiani che invece siamo abituati a far venire a galla le nostre emozioni con ben altre parole.

In effetti nel 2016 i miei gruppi preferiti sono quasi tutti morti, o non fanno reunion. Prevedo che tra 5 anni saro’ costretto ad ascoltare Cornelius Rifo e il Volo. Nel caso avvenga spero di diventare sordo prima e vivere della memoria di musica prima che tutto andasse a male.

A causa di una tristezza per tante porte che si chiudono e vite incrociate per un attimo  (blinking lights) ritorno  ancora agli anni ’90 a colei che incarno’ allora (e ancora oggi) la persona che vorrei avere come amica, moglie e in uno scenario piu’ realistico sorella spirituale.

Non so perche’ forse per l amicizia comune con John Parish l’accosto al signor Mark Everett. Inossidabile, eterea e terrena al tempo stesso, multiforme, ma sempre vera ed emozionante Polly Jean Harvey.

“Polly Jean è la ragazza con le mani più fredde e le labbra più calde
che abbia mai conosciuto.”
(Nick Cave)

Potrei dire che ha esaurito buona parte del vocabolario alternative rock insieme a Mr.E. Quel filone legato indissolubilmente alla voglia comunque di raccontare una storia e di mettere la canzone prima di se stessi.

Ascoltarla oggi e’ come lasciare la citta’, i cari vecchi e freddi neon e immergersi nel silenzio, in una terra antica ed eterna, riscoprire tutti gli stati emotivi sopiti. La morte dell’anima e’ un po’ piu’ lontana. Ma di certo Polly non e’ mai stata un personaggio solare. Torbida agli inizi, arrabbiata ma non solo. Scandalosa per alcuni testi e allusioni non rimane ferma. Dal primo album “Dry” del 1992 fino a “Is this Desire?” del 1998 i cambiamenti ci sono e tanti. Con in mezzo “To Bring you my love” in cui troviamo “Down By the Water”, “Meet Ze Monsta”, “C’mon Billy” e “Send His Love to Me”.  “Is this Desire?” rimane l’episodio piu’ eclettico da cui ricordo il video di “It’s a perfect day Elise” e “The Wind” in rotazione costante su MTV.

Caro Dio, la vita non è gentile. Persone nascono per poi morire. Ma ho sentito che c’è gioia indicibile. Distesa come una strada davanti a me.” (Angelene)

Uno dei dischi alternative da scoprire rimane la collaborazione con John Parish del 1998 “Dance Hall at Louse Point” da cui si ricorda l’emotiva “Civil War Correspondent”.

L’anima ribelle torna a farsi sentire e in “Uh Uh Her” ci sono un paio di canzoni che stendono a terra, tra riff pesanti e presenza vocale (tra cui la divertente “Who The Fuck”) che mandano a casa gli ultimi 15 anni di rock indie maschile a calci nel culo. Polly sale in cattedra.

The best is yet to come, perche’ l’eternita’ di alcuni momenti di “White Chalk” e soprattutto di “Let England Shake” sono inspiegabili. La piccola ragazza della campagna inglese stupisce ancora nel modo piu’ elegante possibile mostrando tutta la maturita’ di una persona che cambia con gli anni.

Non appena resto da sola, Il diavolo si aggira nella mia anima” (The Devil)

Il tema della guerra visto da un punto di vista esterno, senza dare giudizi politici rimane il filone principale dell’ultimo episodio nell’album “Let England Shake”

“Cos’è che solca il suolo del nostro glorioso paese?
Non aratri di ferro
Cos’è che viene seminato nel nostro glorioso paese?
non è grano né erba” (The Glorious Land)

Oggi vanno di moda artisti modellati per piacere ma in fondo senza speranza. PJ non e’ certo perfetta, ne’ carina. Ma se arrivo in Paradiso sono certo di trovarla la’ e allora potro’ guardarla negli occhi e dirle “ora sei tranquilla Polly Jean?”

 

Sufjan Stevens Live – Il concerto di Milano: una celebrazione della vita qui ed ora

Sufjan Stevens, per l’uscita dell’album Carrie and Lowell, ha suonato il 21 settembre scorso al Teatro della Luna a Milano nell’ambito del suo tour europeo dedicato al suo ultimo lavoro. L’artista ha presentato nel corso del concerto “Carrie and Lowell” nella sua interezza. Undici canzoni che riguardano la storia della sua famiglia e in particolare di sua madre. Morta nel 2012, con lei ebbe un rapporto travagliato per via di problemi legati alla droga e al disturbo bipolare della stessa.
Il tema non è certo dei più leggeri: l’ultimo album è infatti una sequenza di canzoni spoglie ed essenziali che meritano di essere ascoltate con attenzione dall’inizio alla fine. Sufjan Stevens è di certo un personaggio controverso e in continua ricerca. Cristiano ma senza un luogo di riferimento ben preciso, ha vagato sia fisicamente che musicalmente tra le varie tradizioni degli States affrontandone le varie stagioni musicali senza sosta. Musicista tanto colto per preparazione quanto limitato per estensione vocale, mostra in questo concerto quanto l’approccio usato sia distante anni luce dai talenti vocali che puntano a conquistarci nel giro di pochi secondi. Il limite della voce viene qui utilizzato come strumento anche involontariamente, quando apre con voce tremate la prima strofa cantata della serata per esprimere qualcosa che va oltre.

E’ una serata di una tensione palpabile, subito fin dalla delicata introduzione con lo strumentale Redford tratto dall’album Michigan. Con lui sul palco James McAlister, Ben Lanz, Casey Foubert e Dawn Landes. L’atmosfera diventa solenne.
>L’esecuzione dell’album scorre senza sosta e senza interruzioni da parte di Mr. Stevens, con le canzoni che si fondono una dentro l’altra suonate in maniera impeccabile quanto sincera. In certi istanti la poetica è vicina a Nick Drake (penso in particolare a certi episodi dell’album Pink Moon). “I forgive you mother but I long to be near you” canta nel secondo pezzo <Death with Dignity e in Blue Bucket of Gold che è l’ultimo brano della prima parte del concerto un lungo strumentale fa da coda portandoci in un luogo sospeso e sognante.
Dichiara Sufjan in un intervista “Non conoscevo mia madre sotto molti punti di vista e non sapevo come dirle addio nell’ultimo brano. Così ho smesso di suonare il piano e di cantare. Mi volevo arrendere davanti a lei con suoni che fossero più grandi me…”. In un certo senso questo senso di resa è stato evidente sia per il pubblico che per i musicisti. Quando c'è una storia da raccontare, chi suona è come costretto a fare un passo indietro e a restare sia fisicamente che musicalmente nell'ombra per dare la possibilità alla canzone stessa di emergere.

Al termine di questa prima parte Sufjan dichiara: “Scusate se stasera ho suonato solo canzoni tristi. Vi devo dire che portare in concerto queste canzoni dolorose per me e condividerle con il pubblico sera dopo sera è stato qualcosa di positivo. Stasera siamo qui a celebrare la vita e quello che c'è ora, i nostri cuori che battono.”

Dopo una breve pausa torna sul palco questa volta per eseguire cinque brani registrati nel passato che sembrano non attaccati in maniera posticcia come bis, ma semplicemente sono un altro aspetto della sua storia. Porto a casa due lezioni da questo timido musicista. La prima e' che e' possibile un superamento dei generi.

E' possibile usare elementi diversissimi della storia musicale recente e farli convivere in una bellezza armoniosa come e' accaduto stasera grazie anche alla band che lo supporta.
La seconda e piu' decisiva, e' che la musica puo' essere ancora importante, e non un sottofondo o una playlist da scorrere senza sosta. Il dramma della vita che affiora in alcune grandi canzoni non passera' certo per radio o nei talent. Ha bisogno di uno spazio delicato e dedicato, esclusivo, cui mettersi davanti dando tutta l'attenzione. Come quando leggi una poesia, o dici ad una persona che le vuoi bene. Non puoi farlo in mezzo a tutto il resto.

Sono sicuro che sentiremo ancora parlare di Sufjan, in chissa' quale nuova avventura musicale.

2+2 = 5

“Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell’intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell’intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere” (George Orwell)

Tutto ha una strategia. I bianchi rubarono l’idea del rock and roll per mezzo dei blues ai neri per farne un business redditizio. Tornò comodo durante la guerra fredda per attirare le simpatie della frontiera ad est del muro e combattere l’ideologia commie. L’America espansionista, in nome del white power e della presunta supremazia dei padroni bianchi ha più’ volte rivestito una verità’ con un altra verità’ ad essa contraria. La dichiarazione di indipendenza puo’ essere l’esempio più’ limpido, il prototipo in cui i bianchi firmatari proprietari di terre e beni fecero in modo da non pagare le tasse su quello che possedevano mentre nello stesso momento loro stessi proprietari di schiavi proclamavano l’uguaglianza tra gli uomini. Tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più’ uguali di altri.

L’America W.A.S.P. e’ espansionista per sua natura. E l’inganno del business musicale (non della musica in se’) e’ stato di decennio in decennio perfezionato fino ad raggiungere vette di eleganza degne del bipensiero orwelliano.

Ora il modello di band rock ha origine sul modello delle gang di strada. Sentirsi fuori legge, disdegno per la società’ e odio per le figure autoritarie (tenete ben presente questo punto) sono parte del sistema di valori della band. La band definisce un territorio, si da’ un nome, inizia i membri, organizza incontri e definisce rivali e alleati. Lo stile e’ fondamentale. L’origine del rock e’ quindi violenta per natura, ma si tratta di una violenza minacciata piu’ che praticata. E nel caso negli anni recenti la violenza e’ mentale e non sicuramente fisica.

Abbiamo gia’ parlato su queste pagine di cultura alternativa. Ora la parola/etichetta alternativa e’ una delle invenzioni con cui ciclicamente si rida’ vita a un fenomeno nel momento di maggior stagnazione, nel caso del rock ma anche a livello psicologico per l’onesto e annoiato lavoratore; in questo caso dando una nuova linfa ad una vita ormai senza più’ sorprese. Andare in ufficio da impiegati e nel contempo ascoltare non musica sovversiva (chi ha coraggio nel 2014 di essere veramente sovversivo) ma musica non allineata con i canoni principali e accettati dal senso comune viene vissuto come un gesto di coraggio, un dire ‘sono qui!’ ‘esisto e non sono come voi’ ‘l’azienda per cui lavoro non avrà’ mai la mia anima’ ecc. ecc.

In particolare la finta possibilità’ di un alternativa e lo strumento più’ subdolo per creare l’impressione di una libertà’ quasi verosimile. Sono prigioniero di un mondo che non ho deciso ma ho quel piccolo spazio che mi ritaglio per rivendicare la mia unicità.

Ma abbiamo detto che tutto ha una strategia e quindi veniamo all’ esempio. Ho scelto quello dei TOOL (volevo parlare di Britney Spears ma mi sarei sentito troppo in colpa), esempio di sincretismo tra idee esperienze generi e atteggiamenti di un certo livello di raffinatezza. Band attiva sin dal 1991 a Los Angeles caratterizzata da uno stile a metà strada tra metal, prog e alternative. 4 album e mezzo prodotti in 23 anni.

Nome

Gia’ il nome TOOL implica di partenza una fusione tra tesi e antitesi in una sintesi a due facce. Tool vuol dire loser, stupido, sciocco, persona che non sa di essere controllata. Ma anche tool come attrezzo (a parte un significato ovvio), tool e’ metaforicamente parlando lo strumento attraverso cui l ascoltatore puo’ liberarsi di schemi preconcetti e ambire a livelli di coscienza più’ elevati.

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Foto

La foto ufficiale e’ cio’ che definisce in maniera inequivocabile il carattere e i fondamenti su cui si basa una band. Nel caso dei TOOL si evita accuratamente di essere fotografati e/o di rendere l’immagine un elemento ingombrante sia in studio che dal vivo. Stesso motivo per cui i testi sono assenti dal libretto del CD. Stesso motivo per cui non danno interviste. La formula e’ noi non siamo importanti, viene prima la musica. Una manciata di scatti in 20 anni di attivita’. Fino al passato recente dove le regole cambiano. Un po’ come aspetta i….qualcuno ha detto Pink Floyd?

le figate con i laser funzionano sempre

le figate con i laser funzionano sempre

Filosofia

Lacrimologia – le persone possono fare dei passi avanti solo esplorando e analizzando il proprio dolore sia fisico che emotivo. Ok questa era una delle invenzioni o prese per il culo attuate dalla band stessa per poter divertirsi alle spalle dei fan. Un po’ tipo topo dentro il labirinto ma senza formaggio alla fine.

Per le cose serie invece si va a finire un po’ dentro il territorio della scontatezza. Il primo album si chiama OPIATE. Quindi immaginate – sorpresa sorpresa – la religione e’ l’oppio dei popoli. Negli anni a seguire dal vivo all’inizio del pezzo Third Eye – viene usato un sample di Timothy Leary che dice tra le altre le seguenti parole “Pensa autonomamente – Sfida le autorita’ (politiche religiose ecc.)”. Pelle d’oca per l’effetto novita’. Davvero.

Counter culture – Contro cultura tanto quanto era coraggioso il disco omonimo di Fabri Fibra. Timothy Leary era anche l’alfiere dell’LSD usato curiosamente per evadere i dolori e la pesantenza della vita sociale.

Tale pesantezza pero’ e’ meno greve se si occupa un posto nella scala sociale piu’ elevato.

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Sito web

Il sito web dei TOOL e’ assolutamente web 1.0 e non viene aggiornato piu’ o meno dal 2001 per quanto riguarda la grafica (si potrebbe anche far notare che i TOOL esistono negli ultimi 10 anni  come band solo nella mente dei fan e sui forum più che nella realtà empirica delle 4 dimensioni che tutti conosciamo). Il forum degli abbonati del club ufficiale non funziona e per tutto il resto c’e’ uno sfondo nero e uno stile cupo e alternativo. Veramente!?! Cioe’ niente foto della band a ripetizione a parte qualche vecchia foto. L’unica parte aggiornata è guarda un po’ lo store (mmm). Ah e la sezione news dove per scelta editoriale si parla di tutto tranne che della band (mio Dio siamo di fronte all’assoluto genio – che idee avanti rispetto ai nostri tempi).

Arte

L’arte dei TOOL e’ degna di H.R.Giger, Gorey, Dario Argento, gli horror giapponesi e altro ancora. Copertine elaborate, spesso pubblicate in diverse versioni (come Aenima del 1996). La cura per il packaging e in generale i libretti mi ricorda aspetta un attimo….si i Pink Floyd.

Autori di blog che vomitano bile in cerchio

Autori di blog che vomitano bile in cerchio

Pero’ mi dispiace ma Storm Thorgerson e Hipgnosis spaccano ancora il culo a tutti quanti.

Nei video invece pupazzi deformi ma poco minacciosi, ambienti chiusi e stagnanti. I video sono il pretesto per non fare qualcosa che sarebbe troppo SCONTATO e quindi sono ritmicamente slegati dalla musica. Lo slegare qualcosa il mettere fuori contesto e’ uno dei temi ricorrenti di qualsiasi musicista moderno. “Non c’e’ un significato preciso in quello che scrivo, ognuno puo’ leggere dentro una canzone quello che vuole o sente piu’ vicino alla sua vita blah blah”. Quante volte abbiamo sentito questa frase? Dai Mumford and Sons passando per Allevi e finendo il lato A dell’album definitivo di Beethoven intitolato “Settima Sinfonia”. Beethoven per ricordarvi era quello che non aveva ritmo.

I TOOL invece hanno un ottimo batterista. Non come i Pink Floyd che invece di un batterista hanno un ottimo collezionista di Ferrari.

Merchandising

Fino piu’ o meno al 2006 i Tool si sono comportati abbastanza bene. E’ chiaro che in un mondo come il nostro non si vive principalmente con la musica ma con tutto il contorno (magliette poster ecc.) Nessuno aveva mai esagerato fino a:

Quadretto con scheletri in edizione limitata 50 pezzi – firmato 250$
Foto del leader all’interno di una vasca piena di grappoli d’uva – 250$
Maglietta da basket firmata dal batterista – 156$
Riedizione limitata del primo disco con nuova copertina e nessun contenuto aggiuntivo – 150$
VIP Package – 500$ (nella prima edizione non comprendeva neanche il biglietto per il concerto)
Vendita di oggetistica di vario contenuto occultista di Aleister Crowley (libri, bicchieri, magliette ecc.) – Qualcuno ha detto Led Zeppelin?

What the fuck is this $**t?

What the fuck is this $**t?

Bipensiero

Vendere merce di dubbio valore su uno store è però un gioco da ragazzi. Il traguardo successivo è smerciare prodotti dimenticabili però mantenendo l’aura di dignità artistica. In questo senso il bipensiero si attua pubblicando musica per scherzo e allo stesso tempo richiedendo che sia presa in considerazione in quanto espressione culturale. La merda d’artista cosiddetta o in altre parole (secondo Maynard Keenan leader dei tool riguardo al suo progetto solista):

“this project is simply a playground for the various voices in my head, […] a space with no clear or discernible goals, […] where my Id, Ego and Anima all come together to exchange cookie recipes.”

Puscifer (il nome del progetto) is “as much a clothing line as it is a band”

Nelle parole di un critico “Puscifer is an odd, surreal trip to an alternate universe alongside a man who’s probably from another universe.” Alternate, surreal, odd tutti termini che fanno le veci di independent o anche merda presentata come roba figa (a parte qualche brano qua e là decente). Come dice lo stesso Maynard “expectations pave the road to hell“. Le aspettative ti fottono. go to http://www.puscifer.com

Le vere intenzioni

Il fan prototipo dei tool e’ praticamente convinto della deità’ dei TOOL. Un po’ come i fan ipnotizzati durante le messe blues dei Led Zeppelin negli anni ‘70 ma con più’ decadenza, meno valori e in genere più’ depressione. Per qualcuno di mia conoscenza il rock finisce con LED ZEPPELIN 4 (pubblicato nel 1971). ma questo e’ un altro discorso. Comunque quello che interessa sono gli effetti psicologici di tale dipendenza, tra i quali considerarsi intellettualmente superiori alla massa (molto più’ dello snobismo da tutti noi praticato in particolare tra gli autori di questo blog (la parola blog mi ricorda il qualcuno che vomita sentenze)) e la convinzione che grazie ai TOOL si acceda alle dimensioni superiori (come il protagonista di Interstellar). La cosa inaccettabile e’ subire una lezione di intelligenza da Yankee Americani anti patriottici, nati in ambienti massonici, devoti al culto di Crowley, ignoranti perché’ in fondo senza una storia alle spalle ma presunti illuminati e convinti di una superiorità culturale che esiste solo nella loro mente.

Il bipensiero trionfa nelle parole del loro leader:

“All you read and wear or see and hear on TV is a product begging for your fatass dirty dollar. Shut up and buy my new record. Buy and send more money. Fuck you buddy” (TOOL – Hooker with a penis)

Intellettuali yankee riuniti ad un convegno di fisica teorica

Intellettuali yankee riuniti ad un convegno di fisica teorica

Tutto e’ un prodotto. Anche la nostra musica. Noi vogliamo i vostri soldi perché’ non vogliamo lavorare come voi schiavi del sistema e mentre giriamo a LA protetti dalla polizia di uno Stato che denunciamo (finché’ lo fanno tutti cioè’ con Bush al potere) ci tiriamo un po’ fuori da questa società’ e questa industria discografica che ci da’ i soldi ma un po’ ci fa schifo. Perché’ comunque io devo comprarmi la villa da 2 milioni di $ e ho bisogno di attenzione per la mia infanzia infelice. Perché’ sono ferito dentro e comunque mi stanno sul cazzo i fan che mi credono un dio. Odio i miei fan.

“Ho fatto questo album nel 2003 un album politico. Non erano neanche canzoni mie. E sono stato crocifisso per il suo contenuto. Perché’ c’e’ un intero esercito di bambini la fuori che entrano in ogni piccola chatroom, spandendo merda e criticando chiunque abbia qualcosa da dire. E’ un po come questa malata infrastruttura da 1984/Grande Fratello” (Maynard James Keenan – leader dei TOOL)

Come in 1984, il Partito stesso crea il libro eretico e la figura del sovversivo ma sempre del partito si tratta. Cosi il partito stesso può’ accusare un regime di essere un regime sotto le spoglie di un artista.

Quale sono le vere intenzioni di una band. Storicamente parlando. Niente di nuovo come tutto il rock dal 1971. O dal 1979. I Tool non amano i loro fan, hanno aggirato il sistema evitando di far parte della società, evitando di andare a lavorare da McDonald o Subway. In più con abilita estrema riescono ad esistere senza produrre nulla di significativo da quasi 10 anni. Quello che si crede un spirito artistico freak o diverso è il frutto di una meditata campagna per incassare i vostri soldi. Quello che conta più dei soldi e comunque e sempre il potere. Li rispetto per questo, per esserci riusciti.

Potere e narcisismo. Un po’ come in ufficio si e’ pagati anche per essere trattati di merda, cosi’ un musicista dovrebbe accettare di essere trattato in altrettanta maniera da qualcuno.

Poi se non ti piacciono i Tool, c’è sempre X-Factor. Siccome i dischi non si vendono il Partito ci ha svalutato la musica (o è sempre stato cosi) rendendola esplicitamente per quello che è: un fenomeno da baraccone. Io comunque i CD continuo a comprarli, perchè sappiate che scaricare è come rubare (anche ascoltare le cose su Spotify è come rubare). Se rubate vi ritroverete all’inferno insieme a Hitler, Lassie e Rin Tin Tin. Tanti auguri.

Ascolti consigliati: TOOL – Aenima (1996)

Tool all’audizione per entrare nei blue men

Tool all’audizione per entrare nei blue men

PS: Forse nel 2015 verrà pubblicato il nuovo disco dei TOOL e sinceramente non vedo l’ora di metterci le mani sopra, perche’ ammettiamolo sono l’ultima band che fa rock “riccardone” figo, suonato e prodotto alla grande. Mi sto contraddicendo?

90’s again – Il tempo è circolare

Tutto cio’ che riempie quel non-luogo chiamato indie rock portando con sè tutta una carica di autoreferenzialità (almeno in italia) lo fa promettendo un ritorno alla radice, alla semplicità, all’originalità. Tutti queste promesse definiscono più le intenzioni, più il modo di produrre e distribuire che il contenuto musicale o delle lyrics.

Il concetto di indie label esiste fin dal rhythm & blues degli anni ’50. Le etichette indipendenti dal circuito nazionale al quale non si potevano sicuramente opporre. Un esempio è la Sun Records. L’indie label probabilmente distribuiva dischi sul furgoncino che faceva il giro della contea. Ai tempi della radio Elvis probabilmente non sarebbe stato distribuito a livello nazionale se non avesse mollato la Sun Records per la RCA Victor sotto la guida del famigerato colonnello Parker.

Le altre tematiche meno capitalistiche sono la dichiarazione di indipendenza dalla corrente dominante del pensiero. E in effetti il lato “weird” dell’indie rock esiste eccome. In molti casi la «weirdness» si riduce ad una serie di soluzioni compositive meno usate di altri (canzone senza ritornello, finale infinito con volumi esagerati), ma nella maggioranza dei casi si riduce al lo-fi e al crossover di generi diversi tra di loro. L’indie rock non è un genere e dentro esso ci possiamo trovare tutto dal folk rock, armonie vocali, sintetizzatori, musica elettronica, banjo, archi, pop, heavy, hip-hop, campionamenti di altri brani, art-rock.

Come l’R&B era definito dall’audience a cui si rivolgeva, l’indie rock si potrebbe pensare come rivolto a una fascia di audience sicuramente tra i 20 e 30 anni. Non parla di ribellione, non parla di impegno sociale. E’ una dichiarazione di indipendenza di fatto contro le definizioni. La ribellione contro lo svanire della libertà portato dalla fine dell’adolescenza, il cercare di permanere dentro una situazione di eterno stallo tra l’onesto cazzeggio universitario e gli obblighi del mondo adulto tra cui il presentarsi in ufficio tutti i giorni alla stessa dannata ora. A volte sono i musicisti stessi a voler incarnare questa resistenza. Non di rado si incontra la figura non talentuosa, che si permette di fare tour e dischetti di poca importanza senza un reale seguito a giustificare la sua stessa esistenza (magari proveniente da famiglia facoltosa).

Questo rinascimento più voluto che realizzato nei fatti ha portato una serie di vantaggi/cambiamenti per il pubblico di riferimento:

  • – Concerti a basso prezzo del biglietto (quelli che già non compravano i cd ora possono anche pagare una cifra ridicola i concerti).
  • – Piu’ concerti locali del gruppo preferito, l’attività live è preferita alla pubblicazione discografica (per colpa degli stessi che non comprano più i dischi).
  • – Festival comunitari dove si respira l’atmosfera a metà tra vacanza e zapping musicale tra i 3 palchi disponibili. Una woodstock in miniatura senza folla oceaniche. Lo scazzo vuole non fare la coda anche per l’ingresso.
  • – Più scelta/novità nel panorama. Nuovi gruppi da seguire che nascono di continuo, una aumentata varietà dell’offerta.
  • – Vicinanza di linguaggio tra artista e ascoltatore. Spesso artista e ascoltatore se non sono coetanei e non hanno le stesse idee sulla vita, parlano però la stessa lingua, ironizzando su le cose che ci circondano (l’esempio dei Cani soprattutto con il disco d’esordio è degno di nota).
  • – Relazione con la musica lontana dal fanatismo ma più casual.

Se tutto questo non ha un preciso momento di nascita, ho voluto stilare quelli che per me sono i capostipiti di questo modo di fare musica. Piu’ precisamente torniamo in un intorno degli anni ’90 dove la corrente cosiddetta alternativa ebbe un momento di fioritura. I seguenti artisti hanno già usato e detto in quel periodo tutto quello che oggi viene riproposto in varia misura da gruppi e gruppetti, comprimari di seconda, terza o quarta generazione.

– I Pavement di Stephen Malkmus con il disco del 1992 Slanted and Enchanted considerato un capitolo importante della musica indie lo-fi. Californiani sono l’essenza del gruppo con produzioni low-budget e l’etica surreale/hippie/criptica sulla provincia americana. Ottimi per un viaggio con gli amici verso la spiaggia.

Guided by Voices dall’Ohio. Altro gruppo lo-fi dedito in alcuni momenti alla registrazione su 4-tracce a nastro. piu ‘di 20 album in carriera piu’ lavori solisti del leader. mischiano psichedelia, garage e prog su brani spesso brevissimi.

Elliott Smith.Il suo disco di debutto fu realizzato con un microfono economico, un 4 tracce e una cantina come studio. Pubblicato dalla Cavity Search dell’Oregon. Elliott Smith suona tutti gli strumenti. E’ un disco acustico da songwriter emblematico di un certo modo di proporre musica e di un mood acustico secondo le stesse parole di Elliott assolutamente fuori luogo nel 1994 dove «c’erano solo il Nord ovest, Mudhoney e Nirvana».

Neutral Milk Hotel. Con In the aeroplane over the sea, il campagnolo e disoccupato Magnum mischia elementi punk a songwriting folk e psichedelia. Aeroplane diventa uno dei vinili piu’ venduti nel 2008 grazie alla successiva ristampa. Nel momento di maggior successo dovuto all’album in una mossa assolutamente alternative si sciolgono rifiutando tour e offerte di concerti con gli R.E.M.

The Magnetic Fields attivi dal 1990 pubblicano nel 1991 69 Love Songs un set di tre CD con 23 canzoni ciascuno. Si ricorda la canzone book of love dotato di un testo particolarmente efficace. La band usa una strumentazione alquanto disparata passando dall’elettronica alla formazione completamente acustica.

Yo La Tengo. Il prototipo di band “artsy” cioè non conforme ai più diffusi canoni stilistici. Vengono da Hoboken, NJ e sono guidati da Ira Kaplan e Georgia Hubley. Qui siamo nell’ambito noise pop. Atmosfere tranquille e rilassate. Un buon esempio della loro produzione è Moby Octapad brano dall’album del 1997 I Can Hear the Heart Beating as One.

My Bloody Valentine di Kevin Shields e Belinda Butcher da Dublino. Lo stile vocale che ha ispirato gruppi come Lush e il genere shoegaze e il mix con le voci nascoste dietro un muro di chitarre (oggi suona gia’ datato ma ripreso da molti). Album del 1991 Loveless definisce le coordinate del classico indie-rock.

Uncle Tupelo di Jeff Tweedy e Jay Farrar successivamente fondatori rispettivamente dei Wilco e dei Son Volt. Ritorno alle origini del folk. No Depression titolo del loro debutto nel 1990 è il richiamo ad una canzone della Carter Family.

Whiskeytown dal Nord Carolina con a capo l’iperprolifico, sempre fatto ma attaccato alla tradizione come pochi Mr. Ryan Adams. Un altro ritorno al vecchio country e al vecchio folk. L’etichetta della band si chiama Mood Food.

Beck vero nome Beck Hanson di LA. Proveniente da autoproduzioni nell’indie scene nel 1994 pubblica con la Geffen Records il disco Mellow Gold con la hit Loser. Beck rappresenta il lato più patchwork dell’indie con drum machine, campionamenti, riletture di generi ma rimanendo dentro un ambito pop. E’ l’indie sdoganato da MTV, sul quale vengono passati spesso i suoi videoclip per obbligo morale dotati della weirdness di cui sopra.

L’acqua è bagnata, il cielo è blu ed è impossibile non citare i  Sonic Youth.  Menzione d’onore per Daydream Nation (1988) tra gli altri album. Alfieri e i padrini del fronte alternative e noise USA, quello che faceva sanguinare le orecchie senza mezze misure. Emblematico come struttura e poetica il brano Schizophrenia del precedente Sister del 1987. Gruppo stoicamente indie non entra mai nella sfera dei grandi neanche quando i Nirvana nel 1991 sdoganano definitivamente dissonanze e feedback su MTV.

cathedrals of sounds

Come il protagonista di a Beautiful Mind ho disegnato sui vetri della mia camera per giorni inseguendo l’appetito per gli schemi e le strutture. Will I get crazy in the end?

Gli amici immaginari non sono ancora arrivati. 3 giorni dopo mi risveglio sul pavimento e non ricordo che giorno sia della settimana. Mi alzo e sul computer di casa trovo tre disegni da decifrare. Questo quello che ho scoperto….

Il primo pezzo da ascoltare e VEDERE tutto con attenzione è Can’t Buy Me Love pubblicata nel 1964 nell’album dei Beatles – A Hard Day’s Night. La struttura del brano è la classica del blues cioe’ 12 battute divise in 3 stanze (le prime 2 uguali e la terza di chiusura). In pratica in questo pezzo ci sono due situazioni: verse (strofa) e chorus (ritornello). Su suggerimento di George Martin viene piazzato un ritornello iniziale che ho chiamato come intro (perchè leggermente diverso ma comunque simile al chorus). Il solo viene fatto sul giro della strofa. Quindi semplicità assoluta. Ma già qui si notano alcuni particolari che rendono la canzone bella cosi com’è. Per sempio nel 3° e ultimo ritornello la parte di Ringo cambia diventando piu’ urgente a sottolineare il finale. Inoltre la struttura dei verse non è mai uguale (2, 1 + solo, 1).

L’idea è che se avete uno schermo abbastanza grande dovete guardare la figura mentre sentite il file di YouTube (gosh!)

beatles1

Di SOLI tre anni piu’ tardi il brano A day in the life pubblicato su Sgt.Pepper nel 1967. L’album per una serie di motivi anticipa i temi di tanti stili e mutazioni che avverranno nel decennio successivo. Guardando ora la struttura ci si chiede cosa sia successo alla forma canzone dei Beatles in soli 3 anni. Cosa è successo a J. Lennon? Cosa è successo nel mondo nel frattempo? E’ stato difficile immaginare piu’ di 4 colori (vivendo io in un mondo fatto di 7-8 tonalità) per descrivere quello che succede qui. (la prossima volta daro’ a una donna il compito di scegliere i colori)   Questa è la classica canzone senza ritornello e con una struttura non-struttura. Il ritornello qui sembra essere il crescendo quasi cacofonico dell’orchestra  che si innesta sulla coda di Lennon che canta “I’d love to turn you on….”.

La parte arancione centrale che funziona come il bridge cioè quella parte C della canzone oltre alla classica strofa e ritornello è opera di McCartney che canta anche la voce solista. Inoltre compare una sequenza strumentale che serve da collegamento al ritorno verso la strofa finale. In questa canzone non c’è niente di dritto e scontato. L’ultima sorpresa è il mega accordone finale suonato su dai Beatles e George Martin su 3 pianoforti contemporaneamente. Questo che è solo un finale è cosi lungo e dettagliato che fa una sezione a se’ stante

beatles2

Il tema che i Beatles annunciano con questo strabiliante brano è che la complessità si può raggiungere in orizzontale moltiplicando i momenti e i particolari della semplice tradizionale canzone blues o rock’n’roll. Non abbiamo piu’ il solo come momento di novità e di passaggio ma un vero e proprio arrangiamento e costruzione sequenziale. Lo schema sembra ora un opera di cutout di Matisse.

PAUSA MATISSE….

Henri Matisse - The Parakeet and the Mermaid 1952 (detail)

Ok rieccoci qui…

Questa somma di parti in orizzontale (ma anche verticale con l’espansione della formazione da quartetto a quartetto esteso o band+orchestra) è il tema tipico del progressive rock, genere di breve durata (almeno se vogliamo considerare la qualità dei dischi prodotti).

Un esempio Gentle Giant con il pezzo di apertura del densissimo Free Hand, chiamato Just the same. Siamo nel 1975 e il livello sonoro / musicale è alle stelle.

I Gentle Giant verranno inghiottiti all’alba degli anni ’80. I HATE PINK FLOYD. Arriva il punk è il percorso della complessità viene spezzato per ritornare all’immediatezza della canzone.

Cos’è la modernità? Vorrei fare un parallelo con le altre scienze ma non ne sono in grado. Nella canzone alla prolissità si è sostituito un concetto di sviluppo nell’infinitamente piccolo o cmq nel dettaglio. Perchè posso prendere un oggetto e guardarlo da tante parti diverse.

E’ quello che succede con il pezzo seguente che si basa su 1, dico 1 idea dall’inizio alla fine. (anche il ritornello è in realtà basato sulla strofa). Pero’ cucinata e vestita in modo sempre diverso durante i suoi 4 minuti. Per esempio strofa non viene mai eseguita con la stessa combinazione di strumenti. Infatti qui lo schema non indica la sequenza di sezioni ma l’assenza o la presenza di strumenti. E non ho neanche messo tutti i particolari e le parti suonate. Dalle 2 tracce dei Beatles del 1964 siamo passati ad una quantità di dettagli OLTRE.

rubblebucket

La struttura della cattedrale rimane comunque inutile se alla base della canzone non c’è una storia da raccontare. Anche nelle cattedrali vere funziona cosi’.

Forse ora è meglio tacere

Ah il gruppo si chiama Rubblebucket e hanno appena pubblicato un album. Ho comprato il loro CD e siamo nel 2014. Il 2014 si e compro ancora i CD.

Shellac + EELS – Oh no another review!

Come dice qualcuno in Almost Famous se ti senti solo puoi andare a trovare i tuoi amici al negozio di dischi o qualcosa del genere. Forse la frase che meglio si addice a questo periodo e’ “I’m always home. I’m uncool”. Non uncool come significato di cool, ma proprio di uncool cioè l’opposto della vittoria morale. Non è stato liberante come pensavo entrare in un negozio di dischi dopo un po’ di tempo e del resto non conoscevo neanche il proprietario. La conoscenza anche minima per iniziare una discussione e’ essenziale per generare quella sensazione del sentirsi a casa propria del negozio / vendita al dettaglio. Mio padre aveva un negozio e ho sempre ammirato l’idea di aiutare istantaneamente la gente a risolvere un piccolo problema. In questo senso la persona che più ammiravo era il tecnico che riparava i televisori nel retro, che con un po’ di magia rendeva il cinescopio desolatamente guasto ancora capace di emettere le immagini della tv di stato. Io sto cercando di vendere il mio televisore.

Ho comprato due album: shellac- excellent italian greyhound e eels – the cautionary tales of mark oliver everett. Quello degli shellac era un acquisto a vuoto ma un po’ sapevo cosa avrei trovato. Quella degli eels invece era invece un territorio conosciuto. Gli shellac rappresentano un po’ la band che vorrei sotto il punto di vista dell’impostazione, fors meno dal punto di vista musicale ma comunque apprezzo la loro stranezza. Gli EELS invece rappresentano la possibilità di ascoltare una qualche storia. Mark Everett oggi mette in scena canzoni più autobiografiche e lo fa utilizzando schemi e suoni stra-classici (un po’ come l’ultimo disco di Beth Orton che vi consiglio per la sua disarmante semplicità). La forza degli EELS sta sempre nel risultare o essere veri. Voglio dire magari anche Mark Everett è un personaggio inventato o magari sta recitando la sua parte negli ultimi anni. Ma non posso crederlo ascoltando la sua voce rovinata quando dedica una canzone al padre.
Ha visto periodi migliori “artisticamente” Mark, con un intensità che non tornerà mai più. Ma la missione è già compiuta perchè la musica è riuscita a trascinarlo fino ad oggi. Chissà che cosa potranno vedere i suoi occhi da questo momento in poi.

And I know you’re out there somewhere
And I know that you are well
Looking for an answer
But only time can tell
Parallels

……

I can’t say if the flowers will keep on growing.
But I’ve got a good feeling ’bout where I’m going.

Questo disco non cambierà niente, ma calza bene come un paio di vecchie scarpe. Quelle che ti portano dappertutto e sei dispiaciuto quando le devi buttare. Se non ci si ferma ad analizzare quanto vecchie suonino certe canzoni, tutto diventerà piu’ semplice. E ci si potrebbe andare veramente dappertutto con questa semplicità.

Poi vado al suo concerto e li l’ennesima epifania di quello che un po’ gia’ sapevo. Questo piccolo e goffo uomo sale sul palco e appena comincia a cantare l’autorevolezza entra in scena senza bussare o chiedere permesso. E li’ davanti a me statuaria. E quelli che sento non sono suoni nuovi, o chissà quali ardite soluzioni metriche di 17/8. Neanche una dichiarazione politica, o sociale. Tutti gli spettri e i singoli istanti condensati in quei tre minuti dipinti dal maestro Everett e dal Chet, P-Boo, Upright Al e Knuckles (gli altri componenti degli EELS 2014).

Ci sono giusto delle luci dietro sul palco per l’effetto presepe. Canzoni che scorrono con poche parole nel mezzo e che quando vengono pronunciate rivelano anche una notevole simpatia e leggerezza. Alcuni temi delle canzoni sono peraltro seri quando poi si entra nel territorio dell’ultimo disco al 100% autobiografico (“la collezione di errori che questo idiota ha commesso nella sua vita.” – Mark Everett).

Poi ripenso al mercato discografico. A quanto mi risulti contorta l’idea di creare contest per far vincere dei contratti discografici a persone sulla base di capacità di intrattenimento pure (es. la capacità di cantare un brano di Alicia Keys “spaccando”). Ok diamogli pure 300.000 euro. Del resto per far emergere dei talenti qualche aiuto bisogna pur darlo. Non capisco perchè invece una persona abbia bisogno della casa discografica per affermarsi quando tutta la storia della musica sta a testimoniare che è nulla di significativo e stato mai prodotto in questo modo.

Non mi sembra che qualcuno abbia aiutato Mark in questo senso. Anzi sono stati i disastri iniziali ad aiutarlo. Invece di una possibilità e’ stata una privazione a dare il via alla sua carriera. E il miracolo non è avvenuto un giovedi’ sera ma nei lunghi anni dal 1985 ad oggi e 17 album dopo. Questo è una storia di una persona e non può essere così per tutti del resto.

Poi ripenso all’album degli Shellac che viene formulato e composto per contenere in fondo la dischiarazione “alternative” per eccellenza. Steve Albini (uno dei tre) quando parla di industria musicale e del fatto che oggi i manager delle case discografiche qualche anno fa commerciavano snack/caramelle/auto/frullatori/detersivi ecc. centra il bersaglio.

Ora la formula degli Shellac è l’essere alternativi. Dalla copertina, alla promozione, ai tour e alle struttura delle canzoni. Togliamo il ritornello usiamo i 5/4 + 11/8 (cosi che nessuno possa ballare sui nostri pezzi) e altre soluzioni già sentite piu’ o meno dal 1981. Libertà dall’industria, e libertà di organizzare il contenuto secondo la propria passione

“La cultura cosiddetta alternativa porto’ con se’ una nuova brutta realtà: non era in realtà alternativa a nulla. era in vendita come tutto il resto. non si ribellava a niente. Aveva le sembianze di un ribelle e faceva i movimenti e i suoni di un ribelle ma non lo era realmente. E non era neanche una forza invididuale” (Mark Everett)

Se siete in modalità “music nerd” vi potete leggere anche questo sempre di Steve Albini:

http://www.negativland.com/news/?page_id=17

Sono convinto che nessuno di questi due album possa cambiare il mondo. Pero’ la forma canzone così come l’abbiamo sempre conosciuta funziona meglio della pura libertà.  Forse perchè dietro si cela una storia?