cathedrals of sounds

Come il protagonista di a Beautiful Mind ho disegnato sui vetri della mia camera per giorni inseguendo l’appetito per gli schemi e le strutture. Will I get crazy in the end?

Gli amici immaginari non sono ancora arrivati. 3 giorni dopo mi risveglio sul pavimento e non ricordo che giorno sia della settimana. Mi alzo e sul computer di casa trovo tre disegni da decifrare. Questo quello che ho scoperto….

Il primo pezzo da ascoltare e VEDERE tutto con attenzione è Can’t Buy Me Love pubblicata nel 1964 nell’album dei Beatles – A Hard Day’s Night. La struttura del brano è la classica del blues cioe’ 12 battute divise in 3 stanze (le prime 2 uguali e la terza di chiusura). In pratica in questo pezzo ci sono due situazioni: verse (strofa) e chorus (ritornello). Su suggerimento di George Martin viene piazzato un ritornello iniziale che ho chiamato come intro (perchè leggermente diverso ma comunque simile al chorus). Il solo viene fatto sul giro della strofa. Quindi semplicità assoluta. Ma già qui si notano alcuni particolari che rendono la canzone bella cosi com’è. Per sempio nel 3° e ultimo ritornello la parte di Ringo cambia diventando piu’ urgente a sottolineare il finale. Inoltre la struttura dei verse non è mai uguale (2, 1 + solo, 1).

L’idea è che se avete uno schermo abbastanza grande dovete guardare la figura mentre sentite il file di YouTube (gosh!)

beatles1

Di SOLI tre anni piu’ tardi il brano A day in the life pubblicato su Sgt.Pepper nel 1967. L’album per una serie di motivi anticipa i temi di tanti stili e mutazioni che avverranno nel decennio successivo. Guardando ora la struttura ci si chiede cosa sia successo alla forma canzone dei Beatles in soli 3 anni. Cosa è successo a J. Lennon? Cosa è successo nel mondo nel frattempo? E’ stato difficile immaginare piu’ di 4 colori (vivendo io in un mondo fatto di 7-8 tonalità) per descrivere quello che succede qui. (la prossima volta daro’ a una donna il compito di scegliere i colori)   Questa è la classica canzone senza ritornello e con una struttura non-struttura. Il ritornello qui sembra essere il crescendo quasi cacofonico dell’orchestra  che si innesta sulla coda di Lennon che canta “I’d love to turn you on….”.

La parte arancione centrale che funziona come il bridge cioè quella parte C della canzone oltre alla classica strofa e ritornello è opera di McCartney che canta anche la voce solista. Inoltre compare una sequenza strumentale che serve da collegamento al ritorno verso la strofa finale. In questa canzone non c’è niente di dritto e scontato. L’ultima sorpresa è il mega accordone finale suonato su dai Beatles e George Martin su 3 pianoforti contemporaneamente. Questo che è solo un finale è cosi lungo e dettagliato che fa una sezione a se’ stante

beatles2

Il tema che i Beatles annunciano con questo strabiliante brano è che la complessità si può raggiungere in orizzontale moltiplicando i momenti e i particolari della semplice tradizionale canzone blues o rock’n’roll. Non abbiamo piu’ il solo come momento di novità e di passaggio ma un vero e proprio arrangiamento e costruzione sequenziale. Lo schema sembra ora un opera di cutout di Matisse.

PAUSA MATISSE….

Henri Matisse - The Parakeet and the Mermaid 1952 (detail)

Ok rieccoci qui…

Questa somma di parti in orizzontale (ma anche verticale con l’espansione della formazione da quartetto a quartetto esteso o band+orchestra) è il tema tipico del progressive rock, genere di breve durata (almeno se vogliamo considerare la qualità dei dischi prodotti).

Un esempio Gentle Giant con il pezzo di apertura del densissimo Free Hand, chiamato Just the same. Siamo nel 1975 e il livello sonoro / musicale è alle stelle.

I Gentle Giant verranno inghiottiti all’alba degli anni ’80. I HATE PINK FLOYD. Arriva il punk è il percorso della complessità viene spezzato per ritornare all’immediatezza della canzone.

Cos’è la modernità? Vorrei fare un parallelo con le altre scienze ma non ne sono in grado. Nella canzone alla prolissità si è sostituito un concetto di sviluppo nell’infinitamente piccolo o cmq nel dettaglio. Perchè posso prendere un oggetto e guardarlo da tante parti diverse.

E’ quello che succede con il pezzo seguente che si basa su 1, dico 1 idea dall’inizio alla fine. (anche il ritornello è in realtà basato sulla strofa). Pero’ cucinata e vestita in modo sempre diverso durante i suoi 4 minuti. Per esempio strofa non viene mai eseguita con la stessa combinazione di strumenti. Infatti qui lo schema non indica la sequenza di sezioni ma l’assenza o la presenza di strumenti. E non ho neanche messo tutti i particolari e le parti suonate. Dalle 2 tracce dei Beatles del 1964 siamo passati ad una quantità di dettagli OLTRE.

rubblebucket

La struttura della cattedrale rimane comunque inutile se alla base della canzone non c’è una storia da raccontare. Anche nelle cattedrali vere funziona cosi’.

Forse ora è meglio tacere

Ah il gruppo si chiama Rubblebucket e hanno appena pubblicato un album. Ho comprato il loro CD e siamo nel 2014. Il 2014 si e compro ancora i CD.

Shellac + EELS – Oh no another review!

Come dice qualcuno in Almost Famous se ti senti solo puoi andare a trovare i tuoi amici al negozio di dischi o qualcosa del genere. Forse la frase che meglio si addice a questo periodo e’ “I’m always home. I’m uncool”. Non uncool come significato di cool, ma proprio di uncool cioè l’opposto della vittoria morale. Non è stato liberante come pensavo entrare in un negozio di dischi dopo un po’ di tempo e del resto non conoscevo neanche il proprietario. La conoscenza anche minima per iniziare una discussione e’ essenziale per generare quella sensazione del sentirsi a casa propria del negozio / vendita al dettaglio. Mio padre aveva un negozio e ho sempre ammirato l’idea di aiutare istantaneamente la gente a risolvere un piccolo problema. In questo senso la persona che più ammiravo era il tecnico che riparava i televisori nel retro, che con un po’ di magia rendeva il cinescopio desolatamente guasto ancora capace di emettere le immagini della tv di stato. Io sto cercando di vendere il mio televisore.

Ho comprato due album: shellac- excellent italian greyhound e eels – the cautionary tales of mark oliver everett. Quello degli shellac era un acquisto a vuoto ma un po’ sapevo cosa avrei trovato. Quella degli eels invece era invece un territorio conosciuto. Gli shellac rappresentano un po’ la band che vorrei sotto il punto di vista dell’impostazione, fors meno dal punto di vista musicale ma comunque apprezzo la loro stranezza. Gli EELS invece rappresentano la possibilità di ascoltare una qualche storia. Mark Everett oggi mette in scena canzoni più autobiografiche e lo fa utilizzando schemi e suoni stra-classici (un po’ come l’ultimo disco di Beth Orton che vi consiglio per la sua disarmante semplicità). La forza degli EELS sta sempre nel risultare o essere veri. Voglio dire magari anche Mark Everett è un personaggio inventato o magari sta recitando la sua parte negli ultimi anni. Ma non posso crederlo ascoltando la sua voce rovinata quando dedica una canzone al padre.
Ha visto periodi migliori “artisticamente” Mark, con un intensità che non tornerà mai più. Ma la missione è già compiuta perchè la musica è riuscita a trascinarlo fino ad oggi. Chissà che cosa potranno vedere i suoi occhi da questo momento in poi.

And I know you’re out there somewhere
And I know that you are well
Looking for an answer
But only time can tell
Parallels

……

I can’t say if the flowers will keep on growing.
But I’ve got a good feeling ’bout where I’m going.

Questo disco non cambierà niente, ma calza bene come un paio di vecchie scarpe. Quelle che ti portano dappertutto e sei dispiaciuto quando le devi buttare. Se non ci si ferma ad analizzare quanto vecchie suonino certe canzoni, tutto diventerà piu’ semplice. E ci si potrebbe andare veramente dappertutto con questa semplicità.

Poi vado al suo concerto e li l’ennesima epifania di quello che un po’ gia’ sapevo. Questo piccolo e goffo uomo sale sul palco e appena comincia a cantare l’autorevolezza entra in scena senza bussare o chiedere permesso. E li’ davanti a me statuaria. E quelli che sento non sono suoni nuovi, o chissà quali ardite soluzioni metriche di 17/8. Neanche una dichiarazione politica, o sociale. Tutti gli spettri e i singoli istanti condensati in quei tre minuti dipinti dal maestro Everett e dal Chet, P-Boo, Upright Al e Knuckles (gli altri componenti degli EELS 2014).

Ci sono giusto delle luci dietro sul palco per l’effetto presepe. Canzoni che scorrono con poche parole nel mezzo e che quando vengono pronunciate rivelano anche una notevole simpatia e leggerezza. Alcuni temi delle canzoni sono peraltro seri quando poi si entra nel territorio dell’ultimo disco al 100% autobiografico (“la collezione di errori che questo idiota ha commesso nella sua vita.” – Mark Everett).

Poi ripenso al mercato discografico. A quanto mi risulti contorta l’idea di creare contest per far vincere dei contratti discografici a persone sulla base di capacità di intrattenimento pure (es. la capacità di cantare un brano di Alicia Keys “spaccando”). Ok diamogli pure 300.000 euro. Del resto per far emergere dei talenti qualche aiuto bisogna pur darlo. Non capisco perchè invece una persona abbia bisogno della casa discografica per affermarsi quando tutta la storia della musica sta a testimoniare che è nulla di significativo e stato mai prodotto in questo modo.

Non mi sembra che qualcuno abbia aiutato Mark in questo senso. Anzi sono stati i disastri iniziali ad aiutarlo. Invece di una possibilità e’ stata una privazione a dare il via alla sua carriera. E il miracolo non è avvenuto un giovedi’ sera ma nei lunghi anni dal 1985 ad oggi e 17 album dopo. Questo è una storia di una persona e non può essere così per tutti del resto.

Poi ripenso all’album degli Shellac che viene formulato e composto per contenere in fondo la dischiarazione “alternative” per eccellenza. Steve Albini (uno dei tre) quando parla di industria musicale e del fatto che oggi i manager delle case discografiche qualche anno fa commerciavano snack/caramelle/auto/frullatori/detersivi ecc. centra il bersaglio.

Ora la formula degli Shellac è l’essere alternativi. Dalla copertina, alla promozione, ai tour e alle struttura delle canzoni. Togliamo il ritornello usiamo i 5/4 + 11/8 (cosi che nessuno possa ballare sui nostri pezzi) e altre soluzioni già sentite piu’ o meno dal 1981. Libertà dall’industria, e libertà di organizzare il contenuto secondo la propria passione

“La cultura cosiddetta alternativa porto’ con se’ una nuova brutta realtà: non era in realtà alternativa a nulla. era in vendita come tutto il resto. non si ribellava a niente. Aveva le sembianze di un ribelle e faceva i movimenti e i suoni di un ribelle ma non lo era realmente. E non era neanche una forza invididuale” (Mark Everett)

Se siete in modalità “music nerd” vi potete leggere anche questo sempre di Steve Albini:

http://www.negativland.com/news/?page_id=17

Sono convinto che nessuno di questi due album possa cambiare il mondo. Pero’ la forma canzone così come l’abbiamo sempre conosciuta funziona meglio della pura libertà.  Forse perchè dietro si cela una storia?

Un piccolo giardino

Molte cose nella vita feriscono. Tipo rasoiate in pieno petto, dolori acuti e per lo piu’ fastidiosi. molte per dire quasi tutto. Una volta avevo sviluppato un metodo per non lasciarmi divorare dalle cose che non riuscivo a controllare. Questa cosa aveva molto a che fare con la musica, con un certo tipo, quella rassicurante. Era tipo 20 anni fa. La cosa rassicurante era che era roba che ti portava fuori dall’istante in cui eri e ti metteva dentro un istante eterno in un mondo che non aveva a che fare con te. Ne ho mandata giu’ di musica cosi, a tonnellate. Era anche un tipo di fenomeno da dipendenza (non che ci sia niente di male in una dipendenza) che ti portava a guardare le copertine per ore, a leggerti i testi, a diventare un esperto, a collezionare tutto quello che c’era da avere

Ora i dischi di un certo gruppo tra altri li ho comprati uno ad uno mettendo da parte i soldi poco alla volta. Ogni volta una novita’ tipo girando la pila trovavi una copertina nuova, e nuovi 45 minuti da conoscere. Finiti i dischi cominciai con il comprare i dischi fatti dai singoli componenti del gruppo. Questi dischi erano la possibilità di una nuova storia, anche se gia’ allora sapevo che erano una versione minore e spostata del gruppo principale, a parte poche eccezioni. Poi piu’ erano spostati e piu’ mi piacevano.

Poi c’e’ tutta la questione filosofica che ti piace qualcosa che non piace a quasi nessuno. Almeno nell’anno in cui ascoltavo questa roba, fuori tempo massimo, era totalmente fuori moda. Le conseguenze sono scavare un fossato tra te e gli altri, non avere niente di cui parlare e altre conseguenze spiacevoli. Quella positiva e’ che non sopportavi chi avevi davanti potevi tornare nella cameretta ad ascoltare altra roba. Finito con i dischi ufficiali parti con la raccolta dei concerti dal vivo. Piu’ di 300 (quelli piu’ conosciuti – registrati dal pubblico a qualità varia). cominciai a scambiarli con tutto il mondo, 1 ad 1. Nel senso mandavi un concerto e ti rispedivano un concerto. Come l’album delle figurine ma edizione estesa e con amici ovunque. Un nuovo tipo di emozione. Poi aprire il giornale ogni giorno sperando che ci fosse una notizia su queste persone, tipo un ritorno, un nuovo disco. Di fatto qualcosa ma per lo piu’ deludente. Il mondo dei sogni completamente infestato da questi spettri. La cosa che mi ricordo con il senno di ora e’ che questa musica per quanto apprezzabile non aveva molto a che fare con la mia vita. O meglio non volevo che la mia vita avesse a che fare con qualcosa, perchè avevo già provato che ci si puo’ far male con poco. La soluzione era facile ed era tornare in un non-luogo della non-memoria. La cosa che mi manca era l’attesa per qualcosa che non arrivava mai, non qualcosa di trascendentale ma semplicemente una cosa nuova da ascoltare. Ora questo attaccamento pseudo-musicale non l’ho piu’ provato a questi livelli per altra musica pero’ nel tempo ho trovato chi parlava a vario titolo di qualcosa che vagamente centrava con quello che sentivo. C’e stato anche il periodo della musica che ti prende a schiaffi, oppure ti toglie la pelle. UN po’ da funzione catartica. Per andare in fondo a una cosa di te che detesti e cercare di sudarla fuori come le tossine quando hai la febbre. Altro giro, altra dipendenza.

un genere che invece non mi ha mai preso e che ora spopola qua e la sono i testi meta con gli autoriferimenti a se stessi, a una canzone, al mondo dei social e altre cazzate oppure i testi finto-esistenziale-tutto a 1 euro. (a parte qualche pezzo dei Cani, che mi fanno peraltro sorridere su un mondo che descrivono bene). Non sono convinto che ci sia bisogno di 1 misura o di dire qualcosa di bello che vada bene un po’ a tutti. A vederla bene le due visioni sulla vita sono 1 completamente atroce e 1 completamente salvata. Il problema e’ che servono tutte e due oltre a una mia certa fascinazione con la negatività. Ma e’ solo per ricordarmi che non vorrei finire male ma non e’ scontato. Quindi mi piacciono ancora i gruppi da devasto sonoro / annientamento del bello / spirale negativa. Sempre che non si siano trasformati in business e abbiano a cuore la forma del loro prodotto (questa mia cosa si chiama IDEALISMO).

la cosa su cui sto lavorando adesso con alcuni anni ritardo è farsi ferire se possibile ancora di piu’, uscire da un giardino e smettere di vivere una meta-vita e fare delle cose anche sbagliate. Una cosa sbagliata che vorrei fare vista l’economia in crisi e’ comprare altri CD. E andare al concerto dei Cani+Warpaint a fine Agosto (i concerti dal massimo 15euro che comunque sono pochi ma sono sempre 15 cioe’ quasi 9 litri di benzina verde)
PS: La prossima cosa assolutamente sbagliata e’ peraltro dedicare parole alle Warpaint ma serve per solo per una recensione-state in guardia dal…

Non prendiamoci troppo sul serio

 

perchè non entra qui?

Ho cercato e cercato finchè non mi sono imbattuto in un’intervista dei Mumford & Sons, perfettamente in linea con le mie proiezioni mentali su di loro e l’esaltazione new age / filo-cristiana intorno ai loro testi.
“We are fans of faith, not religion” (http://www.bigissue.com/features/1488/mumford-sons-we-re-fans-faith-not-religion=)

In sostanza l’intervistatore preme i 4 folk-rockers travestiti da maniscalchi dell’800 sul contenuto dei loro testi dove si trovano frasi tipo “I set out to serve the lord” “I was told by Jesus all is well so all must be well”. Marcus subito puntualizza che il verbo è al passato. Ho servito il Signore nel passato. Ma ora non più. “Sai a noi piace la parola spiritualità”. “Non siamo dei fans della religione. E poi non sono neanche cristiano”. In sostanza la canzone e’ quel momento in cui metti giu’ con licenza poetica quello che non riesci a descrivere. O ancora canzoni che pongono domande. Le domande vengono meglio esplorate se messe dentro una canzone. Marshall aggiunge che si scrivono canzoni appunto per non parlare del contenuto delle canzoni stesse. E che non gli interessa la fede.
La grande spiritualità che accomuna un po’ tutti gli artisti, indefinita, aperta miliardi di possibilità, vaga e senza fine. L’importante è sentire quell’emozione. In fondo non c’è molta differenza tra i Mumford e i Tool su questo punto (a parte i mostri e le allegorie occultiste che popolano i video degli ultimi). Un commento in fondo all’articolo invita a godersi la musica senza per forza decidere in quale scaffale mettere la band.
Massimo rispetto per i Mumford. Loro hanno capito che non bisogna prendersi troppo sul serio e infatti sciolgono la band a sorpresa dopo 2 album. Cioè no. All’inizio avevo capito così e stavo organizzando un party per i miei amici ma poi ho scoperto che è solo uno stop prolungato prima del prossimo tour.

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I mumford rispondono alle mie domande di senso sulla vita

 

E comunque non ce l’ho con chi fa interpretazioni sui testi, no infatti.
Nell’archivio di youtube e nel mondo moderno ha vinto il relativismo personale da bar per cui la canzone è un pretesto per una ricerca personale e allora ci posso mettere sopra il significato che voglio io perchè quelle quattro parole combaciano con il mio dizionario di esperienze.

Sufjan Stevens (che è probabilmente bipolare e affetto da almeno 2-3 patologie a livello psichiatrico) almeno ci dice che di certe cose in pubblico lui non vuole parlare (della sua fede), primo perchè non è ancora convinto di aver raggiunto un equilibrio e secondo perchè poi la gente userebbe male le sue dichiarazioni. Se volete saperne di piu’ in sostanza diventate amici di Sufjan e parlatene con lui davanti ad una tazza di te in una conversazione personale. Questo è il suo consiglio (testuali parole, non una mia interpretazione). Di cosa parla per esempio il seguente pezzo?

Massimo rispetto per Sufjan. Lui non si prende troppo sul serio, è che proprio a volte non ce la fa.

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Sufjan Stevens mentre mischia canti della tradizione cristiana sul Natale e la ruota della fortuna

 

Poi non capisco perchè gli artisti dovrebbero avere dei contenuti. O che lo debbano mettere in parole. Potrebbero sentire cose come domanda e inadeguatezza senza doverne parlare esplicitamente? (Kurt Cobain questa inadeguatezza me la faceva sentire anche prima che si sparasse e comunque il disco più bello dei Nirvana è in Utero e non Nevermind, questo è un dogma). Lui era un altro che non prendeva troppo sul serio MTV e il baraccone annesso a parte le 2-3 cose scritte nei suoi diari. Una per esempio era sua figlia.

I Mumford non possono coprire il vuoto lasciato dagli U2 con la loro versione adolescenziale del folk rock per pubblicità Vodafone o per il concerto da stadio estivo. Si sono già stufati anche loro. Gli U2 invece continuano a prendersi sul serio. Hanno rotto. Altre cose che hanno rotto sono Thom Yorke, i Radiohead, il personale dell’Alcatraz che ti butta fuori 1 minuto dopo la fine del concerto, le addette del guardaroba dell’Alcatraz e perdere il proprio portafoglio senza sapere se te lo hanno rubato o lo hai semplicemente perso.

A volte perdere le cose è un bene.

 

Back in New York City

le copertine di una volta. logo figo e tutto bellissimo. come non comprare questo disco?

Non si sa ancora cosa ha assunto Peter Gabriel per scrivere queste assurdità. Comunque fighe.

Back in NYC, brano che apre il secondo lato del doppio Lamb lies down on Broadway, che poi è anche uno dei miei dischi preferiti in assoluto. Questo è uno degli ultimi brani dei Genesis ad avere ancora la traduzione in italiano commentata nella custodia del vinile. Il testo fa riferimento ad una storia piuttosto complessa che dura per tutti i 23 brani dell’album, qui riporto il testo stralciato che può vivere anche di vita propria.

Metto questo pezzo perchè oggi ho sentito la nostalgia forte. Quella dei pomeriggi del liceo. Mettevo da parte i soldi fino ad arrivare credo a 10.000 lire. Poi uscivo e a piedi raggiungevo un posto che si chiamava “negozio di dischi”. In questo posto ad accesso libero potevi entrare e una signora aveva diviso dei dischi in vinile in ordine alfabetico per nome dentro dei contenitori. L’articolo non conta. The Clash per esempio va sotto la C. “CLASH, THE”.
Ho comprato questo disco per la copertina. Ma poi ho scoperto che c’era anche una storia dentro. Ho odiato questo disco per 1 mese almeno perchè non lo capivo.

La versione è dal vivo contenuta nel boxset Archive 67-75.
Questi sono 5 ragazzi di 24 anni, questo è il 1975.

I see faces and traces of home back in New York City -
So you think I’m a tough kid? Is that what you heard?
Well I like to see some action and it gets into my blood.
They call me the trail blazer – Rael – electric razor
I’m the pitcher in the chain gang, we don’t believe in pain
‘cos we’re only as strong, yes we’re only as strong,
as the weakest link in the chain.

Only after a spell in Pontiac reformatory was he given any respect in the gang.
Let me out of Pontiac when I was just seventeen,
I had to get it out of me, if you know what I mean, what I mean.

You say I must be crazy, ‘cos I don’t care who I hit, who I hit.
But I know it’s me that’s hitting out and I’m, I’m not full of shit.
I don’t care who I hurt, I don’t care who I do wrong.
This is your mess I’m stuck in, I really don’t belong.
When I take out my bottle, filled up high with gasoline,
You can tell by the night fires where Rael has been, has been.

Now, walking back home after a raid, he was cuddling a sleeping porcupine.
That night he pictured the removal of his hairy heart and to the accompaniment of very romantic music he watched it being shaved smooth by an anonymous stainless steel razor.

As I cuddled the porcupine
He said I had none to blame, but me.
Held my heart, deep in hair,
Time to shave, shave it off, it off.
No time for romantic escape,
When your fluffy heart is ready for rape. No!
Off we go…

Your sitting in your comfort you don’t believe I’m real,
You cannot buy protection from the way that I feel.
Your progressive hypocrites hand out their trash,
But it was mine in the first place, so I’ll burn it to ash.
And I’ve tasted all the strongest meats,
And laid them down in coloured sheets (laid them down in coloured
sheets).
Who needs illusion of love and affection
When you’re out walking the streets with your mainline connection?
connection.

As I cuddled the porcupine
He said I had none to blame, but me.
Held my heart, deep in hair.
Time to shave, shave it off, it off.
No time for romantic escape,
When your fluffy heart is ready for rape. No!

 

 

 

Coolest band ever – La regola dei 5 dischi

Da qualche parte ho letto una frase di Joe Strummer che diceva più o meno cosi riflettendo sulla carriera dei Clash “E’ bello arrivare dire qualcosa e poi andarsene dopo un po'”. Tipo dopo 5 dischi, che poi sono 6. Ma l’ultimo disco dei Clash non conta.

Allora ho avuto una epifania. 5 è il numero di dischi perfetto per andarsene, è non tornare mai più. Per non tirarla troppo in lungo, troppi tour, troppi cambi, troppe ripetizioni, diventare la copia di sè stessi, produrre lavori annoiati per pura routine (band degli anni ’90 che si riformano inultimente). Un gruppo dovrebbe fare al massimo 5 dischi e poi fine dei giochi. Poi ho trovato subito le eccezioni alla mia regola. Innanzitutto si applica alle band ma non ai singoli artisti e non valgono i cambi di formazione (sopra il 50% dei componenti, il conteggio riparte da 0).

Vai con gli esempi.

clash-1981aThe Clash: 5 dischi + il disco senza Mick Jones e Topper Headon ‘Cut the crap’. Questo non lo contiamo perchè Joe Strummer stesso dice che fu un errore e comunque conferma la regola. Chiudono con Combat Rock forse non il loro miglior episodio ma quello con i due singoli di maggior successo del gruppo. Dopo 5 anni al 110% non potevano durare di piu’ di così. Esemplari.

 

 

The_PoliceThe Police. non esemplari ma SUPER esemplari. Non solo 5 dischi, ma scendono dal palco con un super disco ‘Synchronicity’. A parte il pezzo di Andy Summers che evitavo di copiare dal vinile quando ne facevo una copia su cassetta, qui siamo sempre ad alti livelli. E’ bella anche la copertina, i titoli, i testi e tutto il resto. Soprattutto elegante. Superiore. Fanno la reunion nel 2007 per uno dei tour più redditizi della storia ma evitando di cascare nella trappola di fare un disco inutile. Lucidi.

THE-queen-is-dead

The Smiths. Oltre. 5 dischi in 4 anni meglio dei Police. Anzi l’ultimo è Rank dal vivo. Copertine belle tutte anche quelle dei singoli. Gran musica e grande stile. 18 singoli. Impossibili. Ovviamente raccolte e boxset a non finire perchè no alla reunion. Ma non li contiamo perchè non sono dei veri dischi. Si la sigla di “Streghe” è una cover di un brano neanche bellissimo degli Smiths.

 

Nirvana. Squalificati a tavolino ma comunque in lizza. Se Kurt Cobain fosse ancora qui probabilmente avrebbe distrutto i Nirvana dopo In Utero e avrebbe riiniziato in altro modo. Cmq se contiamo i tre album in studio (senza Incesticide, Sliver, i live e tutte le raccolte post-mortem) ovvero Bleach, Nevermind e In Utero siamo vicini allo stile richiesto dalla regola.

Gruppi che hanno esagerato e che avrebbero dovuto fermarsi in tempo:

Genesis. Peter Gabriel lo aveva capito lasciando nel 1975 dopo 5 dischi splendidi (escludiamo il primo perchè vendette 600 copie, perchè avevano 16 anni, perchè la formazione non è quella classica, perchè non decidettero nulla della produzione). In sequenza “Trespass” “Nursery Crime” “Foxtrot” “Selling in England by the pound” e “The Lamb lies down on Broadway”. Tutto il resto è superfluo a parte 2 dischi che non vi dico. Avrebbero dovuto cambiare nome ma non l’hanno fatto. Bocciati e ogni volta che sento Invisible Touch mi si spezza il cuore.

Yes. Ridicoli nel loro proporre nel 2014 la versione cover band di se stessi con il cantante sosia del leader storico che ha lasciato o è stato lasciato a casa. Se smettevano dopo Yessongs o Close to the Edge erano perfetti. Si salvano in parte per il disco “90125” del 1984, consigliato se non vi da fastidio il suono eccessivamente anni ’80. Pubblicano come gli Emerson Lake & Palmer i dischi da classico gruppo prog alla frutta con pezzi esagerati e fumosi. Fuori tempo massimo. Fuori forma.

U2. Non so veramente. A loro concedo i primi 6 dischi, anzi 6 e mezzo. Achtung Baby lo vediamo come svolta nel sound e ne apprezziamo l’intento rottamatore e gli occhiali da mosca di Bono. Ma perchè sono ancora qua?

Led Zeppelin. Primi 5-6 dischi ad alti livelli. Bonzo muore e il gruppo si ferma nel 1980. Forse avrebbero proseguito per diversi tour fino alla distruzione. Ma Plant e soci avevano scherzato troppo con l’occultismo e la magia nera e la paura subentra dopo il tragico evento. Super macchina da concerti trova nel live la sua vera dimensione per cui vengono condonati gli album in eccesso.

Fuori categoria e eccezioni: Beatles, Queen e Weather Report per dirne tre. Ok questa regola non funziona così tanto ma ho parlato di un po’ di gruppi importanti per cui dovete perdere del tempo e continuare a perderlo. I Beatles comunque hanno registrato tutta la loro discografia in 8 anni, cioè il tempo medio nel quale oggi un artista medio pubblica il best of con 1 inedito in mezzo a due dischi comunque mediocri. Più efficienti di un operaio sulla linea di montaggio Alfa Romeo.